A parlare di Venture Capital senza averne l’esperienza si rischia di fare dell’accademia. Ragionarne in astratto lo si può fare e lo si è fatto in tante sedi, barcamp compresi.
L’Italia ma diciamo pure gran parte dell’Europa non ha una cultura d’impresa che facilmente si concilia con le logiche di chi investe ad alto rischio per avere ritorni elevatissimi.
Quello che è vero, però è che il sistema dei Venture Capital oltre a generare soldi è un formidabile acceleratore di innovazioni.
Chi ha intenzione di intraprendere sul web ne sente la mancanza e cerca strade alternative con scarsi risultati.
Di questo e di altre cose che nei prossimi giorni avremo modo di approfondire ho parlato con un paio di persone informate sui fatti dell’Ambasciata Americana.
Il 2007 sarà per molti versi un anno di “rilancio”, i segnali ci sono, bisogna però lavorare e preparare il terreno perché una volta tanto si vada oltre le semplici parole o le disquisizioni accademiche e qualcosa di pratico e tangibile accada: qualche venture decida ad investire in Italia.
Con Myra e Richard abbiamo parlato del programma Partnerships for Growth fortemente voluto dall’ambasciatore Spogli e che nel 2007 metterà in campo una serie di iniziative interessanti.
L’idea è quella di lavorare per creare le condizioni perché modi di vedere ed intendere lo sviluppo diversi possano trovare punti di contatto con un un unico obiettivo: la crescita.
Si parlato e la cosa, mi interessa moltissimo, di ricambio generazionale nelle imprese italiane e di nuove vie di accesso all’innovazione di modi per superare i troppi filtri tra la ricerca e soprattutto i ricercatori e gli imprenditori ed i capitali. Abbiamo parlato dei Venture Capital e della loro attenzione per “L’Italia” vista come un terreno fertile per l’innovazione la creatività e le capacità ma accidentato per trasformare il tutto in pratica di business.
una bella chiacchierata, insomma.
Si tornando a casa mi sono chiesto? E se domani ti capitasse di sedere nell’ufficio di un Venture Capitalist, così come si pensa quando si è ragazzini di poter fare l’astronauta, sapresti che cosa chiedergli? Sapresti a chi rivolgerti per tirare su una squadra che sia presentabile e che abbia la determinazione, la visione e la follia necessari per provarci? C’è in Italia che qualcuno che ci crede davvero o lo “stay hungry stay foolish” di steve jobs serve solo a darsi un tono negli ambienti che frequenta?
Il fenomeno MySpace interessa moltissimo gli americani non solo dal punto di vista del business ma anche da quello politico e sociale. I ragazzi tra i 16 e i 20 anni che riempiono le pagine di siti “improponibili” sono quelli che nel giro di 5 o dieci anni faranno la politica, il business, la società statunitense. Cosa pensano e cosa sperano i ragazzi di Stundeti.it ? i ragazzi italiani? Lo sappiamo davvero? Ci interessa?
Mi piacerebbe chiedere tutte queste cose a ma farò una domanda sola ad Alberto, Emanuele, Luca, Mafe, Giuseppe, Massimo, Tony, Marina, Leo, Giovy, Estragon, Mauro, Luca , Lele, a Daniele, Marco e a tutti coloro che vogliono dare il proprio contributo:
Cosa Finanziereste se foste un Venture Capitalist?
Almeno il prossimo campari che prendo al Moma, via S. Basilio, Roma con Richard e Myra posso dirgli qualcosa di più.






Se fossi un Venture Capitalism finanzierei almeno 5 progetti sapendo che 4 potrebbero fallire, finanzierei preferibilmente progetti di tipo globale, magari orientati a far trovare le cose online alle persone, perché credo che se da una parte i contenuti digitali aumentano a dismisura, la neessità di trovare le informazioni sarà sempre più forte e non basteranno più solo i motori di ricerca. In realtà avrei un mio progetto da finanziare… conoscetei qualche venture capitalist?
i numeri sono importanti e se ne è parlato in linea generale. Ogni venture ha il suo modo di operare. In line generale ho imparato alcune cose. Un Venture apre un ufficio a meno di 45 minuti dall’area geografica dove vuole investire, prende decisioni citiche giorno per giorno e la chiocci ha bisogno di stare vicino ai suoi pulcini. Un VC generalemte cerca di comporre un portafoglio di progetti con più di 5 idee, diciamo una ventina. L’Italia in questo senso segna il passo. Trovare una 20 progetti, pensati in anglofonia, seri ed appetibili per un VC non è cosa semplice. Mauro ne ha uno, avanti il prossimo.
In Italia non ci sono grandi progetti web 2.0, quindi benchè il mercato sia piccolo, non c’è concorrenza per quanto riguarda prodotti specificamente pensati per gli italiani. Se dovessi investire (anche come investitore straniero), potrei scegliere una startup localizzata in italiano e dedicata solo agli italiani.
Eviterei in ogni caso la concorrenza delle grandi startup internazionali, che spesso ignorano la lingua di Dante. Noi in generale non conosciamo le lingue straniere e cerchiamo sempre software e manuali localizzati, anche solo per pigrizia. Immagina un servizio di video on demand con contenuti di qualità solo in italiano e tutti gli optional del web 2.0 . Anche grossi nomi come Joost, Amazon o YouTube difficilmente investiranno grosse risorse nel nostro paese e tale startup non sarebbe in competizione diretta con loro.
anzitutto, se fossi un VC avrei un sacco di soldi e una visione delle cose molto diversa da quella che ho al momento. (ehi, questo mi ricorda “io se fossi dio”, di Gaber
)
comunque il mio parere è che SE non hai già una buona idea, è meglio non andare dal VC, a meno che non credi di poter costruire con lui qualcosa. ma è difficile andare con le idee vaghe (“mi servono i soldi per un progetto web 2.0 bla bla”) e corri il rischio di bruciarti. a meno che non sei veramente bravo a conquistare la sua fiducia.
personalmente, prima di andare da un VC ci penserei 2 volte, comunque. esistono molti modi per realizzare progetti, senza dover per forza cedere una parte cospicua del tuo progetto a qualcuno.
buona fortuna, comunque